Voltaire. La guida.
Introduzione. Quando un uomo incarna un'epoca.

E' difficile trovare in tutta la storia della filosofia un
personaggio apprezzato e celebrato in vita come Voltaire, il quale
fu veramente il simbolo di un'epoca. Per molti anni egli fu l'uomo
pi celebre d'Europa e godette della stima e della protezione di
prncipi e potenti dell'epoca. La sua residenza di Ferney, dove si
era ritirato vicino al confine svizzero, era meta di un continuo
pellegrinaggio. In questa villa erano esposti i regali fatti a
Voltaire dall'imperatrice Caterina di Russia, da Federico secondo
di Prussia e da altri suoi ammiratori. In particolare era esposto
un busto, con sotto scritto "Immortalit",  raffigurante Voltaire
stesso, inviatogli da Federico il Grande, che dopo un inizio
piuttosto contrastato, era divenuto amico e potente protettore del
filosofo. Il re di Prussia aveva anche scritto di lui: Il pi bel
monumento di Voltaire  quello che egli stesso si erge con le sue
opere. Sussisteranno esse assai pi lungamente della basilica di
S. Pietro, del Louvre e di tutti gli edifici consacrati
all'eternit (T. Besterman, Voltaire, Milano 1971, pagina 518).
La fama del filosofo era cos grande che molti studiavano il
francese per leggere i suoi scritti in lingua originale, per
gustarne la freschezza dello stile, l'incisivit, l'ironia
pungente. Fu anche per merito suo che il francese cominci a
sostituire il latino come lingua internazionale.
Nella sua lunga vita (1694-1778) Voltaire svilupp un'attivit
letteraria prodigiosa. La sua produzione  sterminata,
equivalente, secondo i dati pi aggiornati, a cinque Bibbie. In
particolare egli scrisse circa ventimila lettere ad oltre 1500
persone, in pratica tenendosi in contatto con tutti i personaggi
pi importanti dell'epoca. Delle sue opere molte hanno un rapporto
diretto o indiretto con la filosofia. Da ricordare la sua attivit
di storico, le sue tragedie di argomento filosofico in versi, i
romanzi filosofici ed infine i pamphlet.


G. Zappitello, Antologia filosofica, 2. Quaderno secondo/7.
Capitolo Dodici/2.  Voltaire. Introduzione.
Prima dell'"Affare Calas".

Ancora studente del collegio gesuitico Louis-Le Grand, Voltaire si
mise a frequentare il circolo dei libertini di Parigi. In questa
sede egli venne a contatto con il loro spirito critico e affin le
sue doti naturali di arguzia e sarcasmo. Essendo diventato uno dei
libertini pi provocatori della capitale, suo padre lo mand in
Olanda, dove strinse amicizia con molti ugonotti ed ebbe occasione
di informarsi sulle persecuzioni da loro subite. Inoltre not il
clima di tolleranza sia fra le sette, sia da parte del governo
olandese. E' di questo periodo giovanile la Lettera ad Urania, il
suo primo scritto contenente una condanna totale del cristianesimo
e la professione di fede deista.
Nel 1726 Voltaire, avendo canzonato un nobile, fu fatto bastonare
dai suoi servi. Nonostante che egli fosse l'aggredito, fu anche
condannato alla Bastiglia, da cui usc dopo quindici giorni in
seguito alla promessa di stare lontano dalla Francia per un po' di
tempo. Cos Voltaire si rec in Inghilterra (1726) e vi giunse
quando il dibattito fra il nuovo e il vecchio era ancora quanto
mai acceso. Egli risiedette in questo paese per due anni,
stringendo amicizia con molti Liberi Pensatori e partecipando con
passione alla loro battaglia culturale. Proprio nel periodo della
sua permanenza uno di essi, un certo Woolston (1670-1733), che
aveva scritto un'opera dal titolo Sei discorsi sui miracoli, in
cui aveva sostenuto che i miracoli, essendo razionalmente
impossibili, o sono menzogne o si devono interpretare in senso
allegorico, fu messo in prigione. Il fatto impression molto il
filosofo francese.
Tornato in patria, Voltaire pubblicher le Lettere inglesi (o
Lettere filosofiche, anno di pubblicazione 1734) per far conoscere
agli intellettuali francesi le novit d'oltremanica nel campo
della filosofia e della scienza e la realt politica e sociale di
quel paese.
Trovandosi ancora in Inghilterra alla morte di Newton, egli volle
assistere personalmente al funerale del grande scienziato (1727),
ed in seguito ebbe frequenti colloqui con la nipote, che gli
raccont fra l'altro la storia della mela, diffusa poi da Voltaire
in tutta Europa, secondo la quale Newton avrebbe avuto
l'intuizione della legge di gravitazione universale osservando una
mela mentre cadeva dall'albero sotto il quale egli stava
riposando.
Dopo il suo ritorno in Francia Voltaire scrisse un'opera dal
titolo: Elementi della filosofia di Newton (1737) e un'altra che
s'intitolava La metafisica di Newton (1740), che contribuirono
molto alla diffusione del pensiero dello scienziato inglese nel
Continente. Voltaire ebbe a definire Newton il pi grande uomo,
che sia mai esistito (confronta Esame importante di Milord
Bolingbroke, in Oeuvres compltes, Librairie de Firmin Didot
Frres, Fils et C., Paris 1874, Tomo sesto, capitolo primo, pagina
169). Sulla sua teologia razionale il filosofo francese cos si
esprimeva: Un catechista annuncia Dio ai fanciulli, Newton lo
dimostra ai saggi (Voltaire, Dizionario filosofico, voce Ateo,
Ateismo).
Per quanto riguarda il pensiero di Locke, che Voltaire ebbe
occasione di conoscere durante la sua permanenza in Inghilterra,
egli ne fu subito entusiasta e al suo ritorno si adoper per
diffonderlo  sia in Francia che in tutto il continente europeo.
Gi nella tredicesima delle Lettere filosofiche (o Lettere
inglesi), dedicata al filosofo della tolleranza, egli lo presenta
con queste parole: Dopo che tanti raziocinatori ebbero composto
il romanzo dell'anima, venne un saggio che ne fece modestamente la
storia. L'opinione di Voltaire era che Locke avesse operato una
grande liberazione dell'uomo dalle chimere della metafisica, che
la sua dottrina sulla ragione umana e sulle sue possibilit avesse
segnato come uno spartiacque fra la filosofia antica e il pensiero
moderno. Fino a Locke la ragione aveva permesso tutti gli abusi
della teologia, le dispute infinite senza costrutto, la confusione
fra la realt da una parte, i miti e le favole dall'altra. Ci
aveva favorito la superstizione e le credenze pi assurde. Per
Voltaire: Tutti i metafisici, tutti i teologi dell'antichit
furono necessariamente dei ciarlatani... La metafisica fino a
Locke  stata un vasto campo di chimere (Voltaire, Dio e gli
uomini, in Oeuvres compltes, Librairie de Firmin Didot Frres,
Fils et C., Paris 1874, Tomo sesto, capitolo  trentottesimo,
pagina 259). E ancora: Da Platone fino a Locke  il vuoto; solo
Locke ci ha dato un libro dove non ci sono che verit e verit
perfettamente chiare (Voltaire, Il secolo di Luigi
quattordicesimo, Einaudi, Torino, 1951, capitolo 34). Le
riflessioni del filosofo inglese sulla conoscenza sono alla base
di tutta la gnoseologia illuminista a cominciare dal Trattato
sulle sensazioni di Condillac. Diderot a sua volta affermava che
esistono tre modi per acquisire conoscenza: osservazione della
natura, riflessione ed esperimenti. L'osservazione accumula i
dati, la riflessione li mette in ordine e l'esperimento verifica
la validit di quell'ordine (confronta l'opera di Diderot,
Sull'interpretazione della natura, 1753).
Voltaire, attraverso le Lettere filosofiche cercava di trasmettere
la sua convinzione che l'Inghilterra, pur con tutti i suoi limiti,
fosse un esempio di come la ragione era stata in grado di
sconfiggere le tenebre dell'ignoranza, dell'oscurantismo e della
superstizione. L'esempio di questo paese veniva poi utilizzato per
portare avanti una dura critica alla societ francese, a
cominciare dalla religione e dalla politica. Le autorit
reagirono: l'opera fu condannata al rogo e la casa di Voltaire
perquisita.
Negli anni seguenti Voltaire si dedic a studi di storia,
dimostrando una grande passione, originalit e ampiezza di vedute.
Egli rifiut la concezione tradizionale della storia come
resoconto delle imprese militari e dell'azione politica di re ed
imperatori per concentrare le sue ricerche sugli usi ed i costumi
dei popoli, sulle tradizioni, sui problemi economici dell'intera
societ, sul clima. Ampio spazio veniva dato alla cultura ed egli
s'impegnava ad indicare nell'evoluzione storica dei popoli e nella
battaglia contro il fanatismo e l'intolleranza la linea della
civilt e del progresso. .
Un personaggio particolarmente amato da Voltaire fu Enrico quarto,
il re campione della tolleranza e sostenitore della laicit dello
Stato, che con l'editto di Nantes (1598) aveva riportato la pace
nel paese. Numerosi scritti furono dedicati alla "notte di S.
Bartolomeo" (1572), episodio che per Voltaire fu sempre
l'espressione massima della violenza legata al fanatismo e
all'intolleranza. Un'attenzione particolare fu dedicata
all'uccisione di Enrico quarto (1610) per mano di un fanatico, un
certo Ravaillac, un frate cattolico. Il filosofo, dopo aver
attentamente esaminato gli atti del processo ed aver constatato
che non si trattava di un complotto politico, ma di un'azione
individuale, descrisse questo personaggio come un mostro e nello
stesso tempo come una vittima dello spirito del tempo, di
quell'orribile malattia che si chiamava "fanatismo".
La prima opera storica di grosso respiro scritta da Voltaire fu Il
secolo di Luigi quattordicesimo. Il motivo conduttore  era la
tensione della lotta fra luce e tenebre, fra la civilt che
emergeva in quel secolo, sia pure a fatica, e il fanatismo
religioso, le dispute teologiche, il furore delle guerre di
religione che cominciavano a placarsi. L'interpretazione
voltairiana era che in questa lotta, che coinvolse l'intera epoca,
la vittoria finale dei lumi della ragione avesse permesso poi le
grandi conquiste del secolo seguente. Ampio spazio nell'opera
veniva dedicato alle diatribe teologiche fra molinisti e
giansenisti e all'ultima grande persecuzione religiosa contro gli
ugonotti, voluta dal re Luigi quattordicesimo. La proposta finale
di Voltaire, contenuta nell' Avviso al pubblico era di non
dimenticare quanto era successo e di fare una degna ammenda, con
la tolleranza, a tanti secoli di barbarie. Egli era convinto che
l'unica arma efficace contro il fanatismo fosse la filosofia, che
doveva essere fatta conoscere all'intera societ per il bene di
tutti, anche degli stessi fanatici.
L'opera storica pi impegnativa e di maggior respiro scritta da
Voltaire fu il Saggio sui costumi e lo spirito delle nazioni, un
tentativo di storia universale finalizzato a diversi scopi, uno
dei quali era la relativizzazione del cristianesimo per favorire
la tolleranza. Come l'autore afferma nella Prefazione, l'opera
voleva essere la risposta illuminista al Discorso sulla storia
universale di Bossuet, scritta dal vescovo cattolico nel 1681 e
ispirata al concetto cristiano della Provvidenza divina che guida
tutte le cose. La nuova proposta voltairiana di lettura della
storia era la concezione del progresso, che tanto pi avanza
quanto pi si afferma la lotta contro il fanatismo. Per questo
motivo Voltaire si sobbarc l'onere di studiare le religioni di
tutto il mondo, i riti, le credenze, i costumi. I risultati del
suo lavoro gli  apparvero cos soddisfacenti da affermare nelle
Note al Saggio che ormai la ragione, introducendosi fra di noi
per gradi, comincia a distruggere questo germe pestilenziale che
ha per cos lungo tempo infestato la terra. Si comincia a
disprezzare le dispute teologiche, si lascia riposare il dogma,
non si annuncia che la morale (Voltaire, Note al Saggio sui
costumi e lo Spirito delle Nazioni, in Oeuvres compltes,
Librairie de Firmin Didot Frres, Fils et C., Paris 1874, Tomo
quinto, pagina 45. Quest'opera fu scritta da Voltaire per
rispondere alle critiche che gli erano piovute addosso dopo la
pubblicazione del Saggio sui costumi).
Un altro compito che l'opera si proponeva era di rileggere la
Bibbia e la storia del cristianesimo secondo l'ottica delle guerre
di religione. In particolare veniva negata la verit storica della
morte di S. Pietro a Roma, che fa da supporto al potere spirituale
del papa, e le storie sui martiri cristiani dell'epoca romana
venivano considerate inattendibili. Anzi Voltaire sottolineava
l'attitudine dei romani alla tolleranza in materia di religione. A
proposito della Donazione di Costantino, essa era presa ad esempio
di quali frodi fossero stati capaci di usare i cristiani per
affermarsi nel corso della storia. Egli si dilungava infine sulle
diatribe teologiche, su cui la sua opinione  cos riassumibile:
Tutte le miserabili discussioni dei teologi non sono state altro
che discussioni di grammatica, fondate su degli equivoci, su delle
questioni assurde, inintellegibili, che sono state poste per
millecinquecento anni al posto della virt (Voltaire, Oeuvres
compltes, Librairie de Firmin Didot Frres, Fils et C., Paris
1874, Tomo terzo, pagina 115).
Il giudizio di Voltaire sul Medio Evo era totalmente negativo
(un'epoca di tenebre). In particolare egli si soffermava sulle
crociate e sulla lotta contro le eresie, che produsse
l'Inquisizione, definita da Voltaire questo nuovo flagello,
sconosciuto a tutte le religioni del mondo. Con l'arrivo della
Riforma poi, secondo Voltaire le diatribe dei teologi sono
diventate guerre di cannibali e da esse derivarono due
conseguenze, una positiva, il deismo, e una negativa, l'ateismo.
Il giudizio sulla religione rimane nell'opera comunque positivo
perch se il dogma porta all'intolleranza, la morale ispira a
tutti la concordia, la tolleranza e la pace.
Voltaire concludeva la sua storia universale constatando che
l'umana avventura  piena di tragedie e di crimini. Nello stesso
tempo per egli aveva sotto gli occhi l'esempio della sua Francia,
che le guerre di religione avevano devastato e portato alla
rovina. Eppure in poco tempo essa era rinata ed era diventata una
nazione pi grande e potente di prima. L'esempio della Francia,
dell'Inghilterra, della Cina e di altre nazioni gli permette di
concludere l'opera con una nota positiva: Quando una nazione
conosce le arti, quando non  soggiogata e deportata, essa esce
dalle sue rovine e si ristabilisce sempre.


G. Zappitello, Antologia filosofica, 2. Quaderno secondo/7.
Capitolo Dodici/2.  Voltaire. Introduzione.
Dopo l' "Affare Calas".

L'episodio avvenne nel 1761. Nella citt di Tolosa, in casa della
famiglia Calas era avvenuta una tragedia, il figlio maggiore si
era suicidato impiccandosi. I Calas erano ugonotti e nella citt,
a grande maggioranza cattolica, si respirava ancora un clima
d'intolleranza. Si sparsero voci che il ragazzo fosse stato ucciso
dal padre per impedirgli di convertirsi al cattolicesimo. Le voci
eccitarono la folla, la quale a sua volta volle il processo e
condizion l'operato dei giudici. Condannato a morte senza prove
di colpevolezza, Calas padre mor affermando fino all'ultimo la
sua innocenza e perdonando i suoi assassini. Non avendo egli,
persona anziana e debole, potuto compiere da solo l'omicidio del
figlio, avrebbe dovuto per forza essere stato aiutato da qualche
altro componente della famiglia. Ma i giudici, colpiti dal
comportamento di Calas, non osarono infierire sulla sua famiglia,
evidenziando cos la loro malafede.
Il filosofo, venuto a conoscenza dell'episodio, volle svolgere una
sua personale indagine. Egli  ascolt l'altro figlio del povero
Calas, la vedova e altre persone, constatando che le cose stavano
effettivamente come il figlio in un primo tempo e poi anche la
vedova gli avevano raccontato. A questo punto decise di entrare in
azione. Egli mise la questione in mano ad alcuni avvocati di fama
e s'impegn a pagare tutte le spese per la riapertura del
processo. Cos si arriv a ribaltare la sentenza: Calas fu
dichiarato innocente e riabilitato alla memoria. L'intera
questione era andata avanti per tre anni, durante i quali Voltaire
si era impegnato a fondo, scrivendo un gran numero di lettere per
sensibilizzare l'opinione pubblica e chiamando alla lotta tutto il
partito filosofico. .
Il risultato del processo d'appello, che ebbe fama europea, fu per
Voltaire una grande vittoria personale, ma egli decise di non
fermarsi a questo punto. Dopo l'episodio Calas infatti altri che
si trovavano in situazioni simili avevano fatto ricorso al suo
aiuto (vedi i casi Sirven e del cavaliere di La Barre). Resosi
conto di quanto ancora il fanatismo fosse forte e pericoloso
nell'et dei lumi, Voltaire si convinse della necessit di
continuare la lotta e di impegnarsi con tutte le forze per la
sconfitta del fanatismo e dell'intolleranza. E a d'Alembert, che
gli ricordava le avventure galanti del passato, egli rispondeva:
Questo non  tempo per scherzare; il ridere non si accorda con i
massacri...E' forse questa una terra di filosofia e di piacere? E'
proprio la terra dei massacri di S. Bartolomeo.
Il suo obiettivo era di sensibilizzare l'opinione pubblica,
questo giudice di tutti i giudici, sul problema del fanatismo
religioso. Il significato morale della sua lotta fu compreso da un
gran numero di persone ed egli divent non solo il capo
riconosciuto del partito filosofico, ma la guida spirituale di un
vasto movimento, che non accettava pi n il fanatismo, n
l'intolleranza, n che il dissenso religioso fosse perseguito
dalla legge. Dalla lontana Russia la zarina Caterina gli scrisse:
...essere il difensore dell'umanit oppressa significa essere
immortali...avete combattuto i nemici coalizzati del genere umano:
la superstizione, il fanatismo, l'ignoranza, il cavillo, i cattivi
giudici (P. Alatri, Voltaire, Diderot e il partito filosofico, G.
D'Anna, Messina-Firenze 1965, pagina 157).
Di questo periodo  il Trattato sulla tolleranza (1763), destinata
ad un vasto pubblico e orientata soprattutto a favorire la
famiglia Calas. L'opera, che sul cristianesimo si esprime con una
certa cautela, ebbe un enorme successo. In essa si fa presente la
contraddizione fra il Cristo perseguitato e i cristiani
persecutori, si insiste sul fatto che i cristiani erano stati
abbastanza religiosi per perseguitare, ma non abbastanza per
perdonare. Voltaire ne sottolinea poi le conseguenze, dalle
dispute teologiche alle guerre di religione, ed i costi umani.
Egli ricorda anche i grossi interessi economici che stavano dietro
a queste guerre. Infine, a vergogna dei cristiani, egli osserva
che nella loro storia i cinesi si erano dimostrati pi tolleranti
di loro.
Per quanto riguarda la tolleranza, argomento centrale dell'opera,
essa  considerata da Voltaire un valore in piena sintonia con la
ragione, che c'insegna a non dimenticare i nostri limiti
intellettuali; inoltre non  in contrasto con la religione, la
quale ci ricorda che l'uomo non possiede la verit ed  fallibile
nel suo agire. La tolleranza infine  indispensabile perch una
societ possa esistere, rimanere unita, prosperare.
Ma se in teoria Voltaire era un campione della tolleranza, in
pratica egli era un intellettuale in lotta, convinto di agire per
il bene dell'umanit e quindi moralmente molto motivato; e verso
gli avversari non aveva alcuno spirito di tolleranza. Cos si vide
piovere addosso l'accusa di essere un finto tollerante, in realt
un fanatico, anzi di essere l'Anticristo e il Diavolo in persona.
Egli di solito se la rideva di queste accuse, considerando "da
quale pulpito veniva la predica", ma si trov a disagio quando
l'accusa di essere un'intollerante gli arriv da parte di un
gruppo di ebrei.
Cerchiamo di riassumere l'episodio. Nel pamphlet La Bibbia
finalmente spiegata Voltaire aveva affermato che sarebbe stato
assurdo che il Dio dell'universo avesse scelto come suo popolo
eletto quello ebraico, quasi sempre schiavo, barbaro e
superstizioso. Inoltre dalla lettura dei primi libri della Bibbia
egli era arrivato alla conclusione che Mos era il padre e il
maestro di tutti i fanatici. Voltaire esprimeva giudizi molto
negativi anche su quasi tutti i pi importanti personaggi biblici,
giudicati superstiziosi e spietati massacratori. Un esempio:
Samuele, che spinse Davide ad usurpare il trono e a spodestare il
legittimo re Saul, era giudicato da Voltaire come il maestro di
tutti i preti, in particolare dei gesuiti e dei monarcomachi.
In questo pamphlet il suo giudizio complessivo sulla Bibbia  che
non si tratti affatto di un libro originale, ma che in essa sia
presente l'apporto di civilt molto pi avanzate come quella
egizia e quella assiro-babilonese, da cui la cultura ebraica,
molto pi modesta, era stata potentemente influenzata. Egli
termina il suo scritto affermando che il popolo ebraico era un
popolo abominevole, degno preludio ed esempio delle persecuzioni
in materia di religione. Questo giudizio fu ripetuto da Voltaire
anche nel Sermone dei Cinquanta ed in altri scritti, per cui
alcune comunit ebraiche reagirono inviandogli delle  "lettere
aperte" per coinvolgere l'opinione pubblica, che furono poi
riunite in un'opera dal titolo Lettere di qualche ebreo
portoghese, tedesco e polacco. Gli ebrei ricordavano a Voltaire le
tante persecuzioni subite, chiedevano al filosofo di modificare il
suo giudizio su di loro ed infine gli ricordavano che il valore
della tolleranza doveva valere anche per lui.
Voltaire rispose in modo particolarmente arrogante e sprezzante
con un'opera dal titolo Un cristiano contro sei ebrei (1776) in
cui ribadiva il suo giudizio sugli ebrei come popolo settario,
superstizioso, intollerante e culturalmente arretrato. Egli
confermava la sua opinione negativa sulla loro pretesa di essere
un popolo eletto, che motivava in questo modo: il popolo ebraico
non era niente di speciale e ci in cui si distingueva dagli altri
era per il fatto di essere peggiore. Infine Voltaire accusava gli
ebrei di essere responsabili della morte di Ges Cristo. L'opera
terminava con queste parole: Io non sono il vostro nemico, sono
quello che fa la vostra genealogia. La sua risposta suscit
reazioni negative non solo nel mondo ebraico. Fra gli appartenenti
al "partito devoto" l'abate Guene scrisse un'opera dal titolo
Lettere a Voltaire, in cui, sottolineando l'atteggiamento
intollerante di Voltaire, ne deduceva che il suo umanesimo e il
suo celebre spirito di tolleranza fossero solo una maschera,
dietro alla quale c'era ben altro.
Intanto Voltaire, ormai capo riconosciuto del "partito
filosofico", andava avanti per la strada intrapresa. Il suo
possente grido di battaglia, "Ecrasez l'Infme!" ("Schiacciate
l'infame", cio: schiacciate il fanatismo dei cristiani), con cui
terminava tutte le sue lettere dopo l'episodio Calas, segn un
momento importante nella lotta del partito filosofico contro
l'oscurantismo e l'intolleranza, per la giustizia e i diritti
dell'uomo. La maggior parte degli illuministi francesi lo segu
con entusiasmo su questa strada. C'era in tutti loro la
consapevolezza di una superiorit morale nei confronti dei loro
avversari (loro ammazzano, noi aiutiamo le vittime! loro si
appoggiano ai sistemi repressivi dello Stato, noi usiamo come arma
unicamente la penna!) e quindi la certezza di combattere la
battaglia dalla parte giusta. Da ci derivava una grande sicurezza
di giudizio: mai un'indecisione, un tentennamento, una concessione
all'avversario.
La battaglia di Voltaire si svolgeva su due piani. Da una parte
egli si rivolgeva all'opinione pubblica mantenendo sempre certe
precauzioni e limitandosi ad esprimere il suo rammarico perch un
albero cos buono come il cristianesimo avesse prodotto frutti
cos detestabili. Dall'altra egli pubblicava decine di pamphlet,
destinati all'editoria clandestina e quindi anonimi, in cui senza
censure esprimeva quale era veramente il suo pensiero: I crimini
del cristianesimo hanno accompagnato tutta la sua storia e gli
sono congeniti...Se la religione cristiana non avesse fatto perire
che un piccolo numero di cittadini voi potreste attribuire questi
crimini a delle cause estranee... Ma se da quattordici o quindici
secoli ogni anno  stato macchiato da omicidi e persecuzioni di
ogni genere, se questi errori sono sempre stati commessi in nome
della religione cristiana, se non ci sono esempi di questi abomini
se non presso essa sola, chi noi dobbiamo considerare responsabile
di ci se non essa sola? (Voltaire, Questioni sui miracoli, in
Oeuvres compltes, Librairie de Firmin Didot Frres, Fils et C.,
Paris 1874, Tomo ottavo, pagina 678). Dal momento che per lui era
evidente che vi fosse uno stretto legame fra intolleranza,
fanatismo, dogmatica teologica e religione cristiana, era arrivato
alla conclusione  che la lotta per la tolleranza, il trionfo dei
lumi e il progresso dell'umanit dovessero passare necessariamente
attraverso la distruzione del cristianesimo.
A questo scopo Voltaire elabor una nuova lettura della Bibbia e
della storia della religione cristiana, utilizzando come chiave di
lettura la questione del fanatismo e dell'intolleranza. Partendo
dal presupposto che i miracoli fossero impossibili, in quanto
contrari alle leggi della natura, e quindi ridicoli per qualsiasi
uomo appena un po' illuminato, che egli distingueva dal
"popolaccio" (populace) ignorante e superstizioso, il filosofo di
Fernay concludeva che tutta la Sacra Scrittura era un insieme di
favole indegne, frutto di un serie infinita di mistificazioni
ideate per ingannare la gente a fini di successo e di potere.
Voltaire sottolineava il fatto che i primi discepoli di Ges
fossero tutti persone ignoranti e superstiziose  e commentava: La
canaglia  una necessit assoluta per lo stabilirsi di una setta.
Egli era convinto che solo con l'incontro fra i primi cristiani e
la comunit ebraica di Alessandria d'Egitto il cristianesimo si
fosse raffinato culturalmente platonizzandosi e in quell'occasione
fosse nato il Vangelo di Giovanni.
Voltaire dedic alla storia del cristianesimo una serie di
pamphlet allo scopo di dimostrare che essa era stata una storia di
crimini e di azioni moralmente indegne. Egli sottolineava con
dovizia di particolari una serie di episodi, dalla lotta contro
gli eretici alle crociate, dalla conquista del Nuovo Mondo
all'Inquisizione, alle guerre di religione. Accenniamo in maniera
sintetica al contenuto di alcuni di questi pamphlet anonimi, la
cui lettura  indispensabile per comprendere lo spirito di quella
battaglia.
Cominciamo da Il sermone dei cinquanta, in cui Voltaire rifiuta
categoricamente qualsiasi religione fondata su di una dogmatica e
ne propone una fondata sulla morale. Da questo principio l'autore
passa poi ad esaminare la storia del cristianesimo e nella sua
analisi non si salva nulla; l'ebraismo e il cristianesimo sono
entrambi accomunati in una condanna senza appello. Celebre  la
preghiera finale in cui Voltaire si rivolge a Dio, al Dio del
deismo che non ha nulla a che fare con l'assurda dogmatica
cristiana, affinch abbia piet di quella setta dei cristiani,
che lo bestemmiano.
Molto importante  anche il pamphlet dal titolo Esame importante
di Milord Bolingbroke, in cui il filosofo illuminista proclama
l'impegno di salvare l'umanit da quel mostro che la divora, che 
il fanatismo dei cristiani. Anche qui viene esaminata la storia
del cristianesimo, che risulta essere un cumulo di delitti e
menzogne. Voltaire afferma che considerare la Bibbia un testo
ispirato da Dio  una vera e propria bestemmia e che i Vangeli
sono opera di tenebre. I martiri del cristianesimo antico sono
un'invenzione (i romani erano tolleranti), utilizzata per
giustificare i crimini futuri dei cristiani fino alle guerre di
religione, le quali divisero l'Europa in due gruppi: i carnefici e
le vittime.
Le stesse tesi sono sviluppate nel pamphlet Storia dello
stabilirsi del cristianesimo, nel quale alla fine Voltaire si
chiede se la scelta migliore non sia quella per un deciso ateismo.
La risposta  negativa perch gli atei non hanno princpi. La
scelta quindi cade sul deismo, abbracciato dal fiore del genere
umano, fra cui l'intera corte imperiale russa.
Nel pamphlet Dio e gli uomini viene analizzata la figura di Ges
Cristo. Fra gli illuministi si discuteva se egli fosse mai
esistito e se fosse stato un personaggio positivo, dati i
risultati prodotti dalla religione da lui fondata. L'opinione di
Voltaire era che quell'uomo fosse sicuramente esistito e che fosse
stato il capo di una setta. Egli riteneva che il partito
filosofico dovesse avere simpatia per un uomo che dopo tutto era
stato una vittima dei preti del suo tempo. Inoltre Ges non era da
considerare un cristiano, perch il vero fondatore di quella
esecrabile religione, era stato l'apostolo Paolo. Comunque
Voltaire riusciva a trovare ben poco di positivo nell'uomo Ges di
Nazaret.
 Rielaborando un antico testo ebraico contro Ges Cristo, la
storia del Toldos Jeschut, egli cos riassume la vita del Messia
cristiano: figlio di una popolana e frutto di una relazione
occasionale, nonostante le rimarchevoli qualit personali Ges
veniva continuamente umiliato dalle discriminazioni sociali del
suo tempo. Egli reag criticando duramente la classe dirigente,
che lo emarginava in quanto frutto di una relazione illegale
nonostante la sua brillante intelligenza e la forte personalit.
In particolare la sua avversione era rivolta verso i preti del suo
tempo, che, stanchi di essere da lui criticati, decisero di
toglierlo di mezzo. Questa in sintesi la vita di Ges secondo
Voltaire, che lo definisce: "un Socrate rustico" (confronta il
capitolo trentacinquesimo). In tutta la vicenda l'unico
personaggio che attira le lodi incondizionate di Voltaire  Ponzio
Pilato, che lavandosene le mani, ha insegnato come ci si deve
comportare con le beghe dei teologi e dei preti. Il pamphlet
termina con il tentativo di quantificare le innumerevoli vittime
del cristianesimo, dalle sue origini alle guerre di religione. Il
risultato di questo calcolo  il numero di 9.468.800 (confronta:
capitolo quarantaduesimo).
Al cristianesimo, ormai relegato al passato e alle persone
superstiziose ed ignoranti, Voltaire contrapponeva il deismo e
l'ateismo, entrambi moralmente superiori per non essersi mai
macchiati di tali infamie. Fra ateismo e deismo poi egli sceglieva
quest'ultimo, pi consono al primato della morale sulla teologia.
All'alleanza fra trono e altare, Voltaire contrapponeva uno Stato
laico, in cui tutti fossero sottomessi alla legge, sulla quale si
fondava la vera libert. La lotta al fanatismo e all'intolleranza
conduceva infine il filosofo al problema della pace, frutto della
tolleranza e fine ultimo di ogni societ. Nell'opera Per la pace
perpetua egli afferm che essa era il frutto della ragione, che
aveva cominciato a spargere i suoi lumi dove prima regnava
l'intolleranza. La pace era sempre in pericolo nella misura in cui
il cristianesimo era in grado di riprendere forza. La conclusione
dell'opera era che bisognasse tornare alla religione primitiva:
adorare Dio, amare gli uomini e basta, senza dogmi. Qui sta il
segreto della pace perpetua.
Nel 1778, ormai vecchio di ottantaquattro anni, Voltaire decise di
lasciare il suo esilio di Ferney e di tornare a Parigi. Il viaggio
venne compiuto in pieno inverno e dur oltre un mese. Arrivato a
Parigi abbastanza mal ridotto, egli non fece in tempo a
riprendersi che la sua casa fu letteralmente presa d'assalto dai
suoi ammiratori, fra i quali c'erano Diderot e B. Franklin.
Rimessosi in qualche modo, Voltaire si rec all'Accademia dove
ottenne un autentico trionfo. Prima di morire (30 maggio 1778)
fece in tempo ad iscriversi alla massoneria. I preti di Parigi gli
negarono il funerale cristiano. Allora i suoi amici condussero la
salma fuori dalla citt dove fu trovato un parroco pi compiacente
e cos il grande nemico dei cristiani fu sepolto in terra
consacrata. Di lui due anni prima della morte Diderot aveva
scritto un elogio, che indica molto bene la nuova scala di valori
che si stava imponendo nella cultura francese ed europea:
Quest'uomo  un ottuagenario che per tutta la vita ha levato la
sferza sui tiranni, sui fanatici e sugli altri malfattori di
questo mondo. Amico caparbio dell'umanit, ha pi volte soccorso i
derelitti nella loro miseria, battendosi per gli innocenti e gli
oppressi. Il suo nome  onorato in ogni paese e durer per i
secoli dei secoli (citato in T. Besterman, Voltaire, Milano 1971,
pagina 449).
Nel luglio 1790, essendo gi iniziata la rivoluzione, su ordine
dell'Assemblea Nazionale e nonostante le rimostranze del re che
era stato tante volte vittima delle critiche del filosofo, le
spoglie di Voltaire furono trasferite al Pantheon (una chiesa
cattolica, prima sconsacrata poi trasformata nel Tempio delle
glorie della Rivoluzione, dove furono trasportate le salme dei
grandi dell'illuminismo). Centomila persone seguirono il feretro
mentre ai lati delle strade altri gli rendevano omaggio. Sulla sua
pietra tombale fu scritto: Qui giace Voltaire.
